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Por Jorge BALVEY
Ockham sostuvo que Dios puede prescribir
a la voluntad creada que le odie; que odiar a Dios puede ser
un acto bueno en este mundo, con tal de que lo prescriba Dios.
Luego, lo mismo vale para la vida eterna (Deus potest praecipere
quod voluntas creata odiat eum (...). Odire Deum potest esse
actus rectum in via, puta si praecipiatur a Deo: ergo et in
patria!: G. de Ockham, In IV Sent. q. 14). He ahí la
cumbre del voluntarismo, que pervive en diversas formas, también
"piadosas", como si la voluntad de Dios fuese absolutamente
arbitraria, desvinculada de la Verdad, de la Bondad, de la
Sabiduría y del Amor divinos.
Desde el siglo XIV, Ockham, con sus discípulos
más o menos lejanos (entre ellos, Martín Lutero),
ha proporcionado argumento hasta nuestros días para
la negación de la existencia de Dios. Si quienes creen
en Dios, piensan que la omnipotencia divina consiste en poder
hacer el absurdo, entonces es lógico que otros muchos
digan: Dios no puede existir. Pero lo que están testimoniando
es solamente que Dios no puede ser así; porque de ser
así, Él mismo sería un absurdo, una contradicción,
un ser injusto y cruel. E igualmente absurda sería
la fe en Dios.
Ahora bien, el Dios que la razón
descubre, no es omnipotencia, sin más. Su omnipotencia
es la del Ser pleno, infinitamente perfecto, y, por tanto,
plenitud de Sabiduría y Amor. La identidad de tales
atributos divinos se encuentra en la revelación que
transmite Juan evangelista: «Dios es amor»; e
igualmente, Dios es "Logos".
Una consecuencia trascendente es ésta:
las cosas no son buenas o malas porque Dios las mande o prohíba,
como pensaba Ockham, sino que Dios manda o prohíbe
ciertas cosas porque son buenas o malas, a pesar, algunas
veces, de las apariencias. Son afirmaciones radicalmente opuestas.
El voluntarismo es contrario tanto a
la fe cristiana como a la razón. Es moralmente bueno
lo que la razón descubre como tal, por encima de la
espontaneidad irracional; y lo que Dios manda o prohíbe
es por razón de su infinita sabiduría, que es
tanto como decir, por su amor. Dios crea al hombre con una
naturaleza a la que objetivamente van bien unas cosas y mal
otras.
Es lógico que, cuando después
de Ockham el hombre se entregue al ateísmo teórico
o práctico, conciba la propia voluntad a imagen y semejanza
del Dios de Ockham, es decir, desvinculada de la verdad y
del bien objetivos; como pura indiferencia ante el bien y
el mal: tanto da una cosa como su contraria; lo que importa
es que yo lo quiera o no. Así se llega en nuestros
días a leer: «la verdad no libera; lo único
que libera es la libertad. Juan Pablo II es fundamentalista»
porque enseña que «la verdad os hará libres»
(así, en tercera de un gran periódico español).
Si se quiere decir que donde no hay libertad,
no hay libertad, es una obviedad superflua. Si se pretende
significar que el sentido de la libertad sea la arbitrariedad
o la indiferencia, que se puede desarrollar la libertad al
margen de la verdad y del bien, entonces, más que progresar
en sabiduría y libertad, se ha retrocedido, al menos,
hasta Ockham.
Guglielmo d"Occam
a cura di
Marcello Landi
http://www.swif.uniba.it/lei/filosofi/autori/occam-scheda.htm
Biografia ed opere principali. I testi polemici.
Guglielmo nasce nel villaggio di Ockham, o Occam, nel Surrey,
ad una trentina di chilometri da Londra, tra il 1280 e la
fine del secolo. Entrato, intorno ai vent’anni, nell’ordine
francescano, studia ad Oxford, dove consegue il titolo di
Baccalaureus sententiarum (1318), il primo dei gradi accademici
- strutturati allora, come peraltro adesso, su tre livelli
- che gli consente di commentare le Sentenze di Pietro Lombardo
in una posizione di insegnante assistente, attività
che porta avanti per quattro anni. Non ne sappiamo le cause,
ma non diventa mai Magister, cioè non ottiene mai la
piena responsabilità di un insegnamento.
Prima del 1324, scrive la Lectura libri
sententiarum, l’Expositio aurea, l’Expositio super
physicam, l’Ordinatio e i Quodlibeta. Poi, in seguito
ad una denuncia del cancelliere dell’Università
Giovanni Lutterell, viene convocato presso la corte pontificia,
allora ad Avignone. Qui Occam, tralasciando la fisica e la
metafisica, scrive quella che è forse la sua opera
principale, la Summa logicae, oltre ad un Tractatus de sacramentis.
La commissione incaricata di vagliare
gli “articoli” incriminati, ricavati dalle opere
di Occam, dopo un triennale lavoro ne giudica eretici sette,
mentre ne condanna un’altra quarantina o come falsi
o come temerari. Nel frattempo, però, Guglielmo conosce
anche il generale dell’ordine francescano, Michele da
Cesena, città oggi nella provincia di Forlì-Cesena,
e Buonagrazia da Bergamo, ugualmente convocati da papa Giovanni
XXII con l’accusa di eresia, sia perché fortemente
contrari all’orientamento papale, moderato, sul tema
della povertà, sia perché schierati con l’imperatore
Ludovico il Bavaro, in conflitto, politico, col Papa. E’
forse opportuno ricordare che l’Ordine Francescano è
allora attanagliato da una vivacissima disputa sulla povertà,
assoluta o relativa, di Cristo; e, quindi, sulla necessità
di osservare, imitando il Redentore, una povertà simile
alla sua: di modo che la questione non è solo teorica,
ma coinvolge lo stile di vita da seguire e da proporre ai
Cristiani come modello.
Occam si unisce agli altri due francescani e con loro fugge
in Italia, presso Ludovico, il quale, intanto, è stato
scomunicato dal Papa ed ha fatto eleggere in Roma un antipapa
(un francescano, non casualmente).
Quando il Capitolo generale dell’ordine
dei francescani depone Michele (1329), volgendo anche verso
il peggio la sorte del partito ghibellino in Italia, l’Imperatore
si ritira in Germania, a Monaco di Baviera, con gli intellettuali
che lo appoggiano, quali Giovanni di Jandun e Marsilio da
Padova, e compreso Occam.
Nel 1349, papa Clemente VI invia la bolla di assoluzione per
Guglielmo di Occam, ma noi non sappiamo nemmeno se e come
egli l’abbia accolta. Degli ultimi suoi anni, infatti,
non abbiamo notizie certe, nemmeno del momento della morte,
avvenuta, pare, non dopo il 1350.
Il periodo post-avignonese è
caratterizzato, dal punto di vista delle opere, da testi di
argomento politico-religioso in chiave polemica: l’Opus
nonaginta dierum, scritto appunto in tre mesi; il Compendium
errorum Papae Johannis XXII, dove difende le tesi rigoriste
sulla povertà; il Breviloquium de potestate papae e
il Dialogus, in cui argomenta in favore della possibilità
di deporre quel papa che sostenga idee eretiche e voglia imporle
ai fedeli; il Tractatus de iurisdictione in causis matrimonialibus;
ed il De imperatorum et pontificum potestate. Nel confronto
tra i due poteri, Occam afferma che l’autorità
imperiale, in quanto derivata dall’Impero Romano, è
precedente e superiore a quella papale. All’imperatore,
anzi, spetta il controllo sulla Chiesa, il diritto di partecipare
all’elezione del papa ed, eventualmente, di giudicarlo
e di deporlo.
Si può notare che anche Lutero, il quale si dichiara,
ancora nel XVI secolo, di parte occamista, affida al potere
politico (ai prìncipi, mancandogli l’appoggio
imperiale) la riforma della Chiesa.
Il volontarismo.
Occam è certamente l’erede
delle tradizionali diffidenze della scuola teologica francescana
verso l’aristotelismo, pur se, anche grazie all’influenza
della scuola di Oxford (i cui principali esponenti sono Roberto
Grossatesta e Ruggero Bacone), ne accoglie alcune istanze,
come l’importanza dell’esperienza sensibile e
l’interesse per la logica. Proprio in quanto recettore
di questa pluralità di influenze, è anche un
anticipatore sia delle esigenze empiriste e logico-formali
sia della sensibilità fideista che emergeranno nei
secoli seguenti. Infatti, la sfiducia nella capacità
della ragione umana di comprendere la realtà delle
cose (per limitarsi a studiare le relazioni tra i fenomeni)
è il segno della crisi della Scolastica e dell’approssimarsi
della cosiddetta “filosofia moderna”.
Il pensatore francescano, però,
che maggiormente prepara la strada all’occamismo è
Giovanni Duns Scoto, del quale viene accolto, ed accentuato,
il tema del volontarismo. La questione di cui si tratta riguarda
il modo della creazione del mondo da parte di Dio. Secondo
un autore come Tommaso d’Aquino, Dio ha prodotto il
creato mediante intelletto e volontà, nel senso che
il primo guida la seconda (teoria nota anche col nome di “intellettualismo
tomista”). Scoto, invece, seguendo la tradizionale posizione
agostinista, preferisce sottolineare il primato della volontà.
Occam ne radicalizza la posizione, nell’intento di esaltare
l’onnipotenza di Dio, che non può essere legato
né a regole né a princìpi né a
leggi, e che quindi crea solo in base alla propria volontà,
al proprio arbitrio. Importante è, al proposito, la
distinzione fra la “potenza ordinata” di Dio,
considerata cioè in relazione a quanto Dio ha già
stabilito, e la “potenza assoluta”, che è
il potere di fare tutto ciò che non implica contraddizione
(Quodlibeta).
Da queste premesse deriva che Dio non
comanda un’azione perché buona, ma che un’azione
è buona solo perché comandata da Dio: se Dio
avesse comandato di odiarlo, l’odio verso di Lui sarebbe
stato virtuoso, dice Occam. La quale idea, dal punto di vista
di Tommaso risulta invece insostenibile per almeno due motivi:
uno basato sul rapporto tra ragione ed autorità (ogni
richiesta di obbedienza si fonda su una motivazione ragionevole
o comunque non può essere manifestamente irragionevole,
altrimenti non obbliga); l’altro basato sulla natura
di Dio (dato che Dio è il Bene sommo, sarebbe assurda
la richiesta di odiarlo, perché vorrebbe dire imporci
di rigettare il bene e di volgerci al male).
Ci sono almeno due conseguenze
significative:
• Dal punto di vista etico-politico,
viene negata l’esistenza di una legge naturale, il che
sarà stimolo di notevoli dibattiti fra la scuola occamista
e quella tomista, la quale, proprio approfondendo questo tema,
finisce per gettare le basi di quello che sarà il diritto
internazionale moderno: la sfida lanciata dagli occamisti,
infatti, contro l’esistenza di un diritto naturale costringe
il partito tomista ad approfondire le ragioni di chi, al contrario,
la sostiene. Ciò consente di preparare quelle armi
concettuali e quelle argomentazioni che, in età moderna,
ritornano ad essere impiegate da personaggi come Francisco
de Vitoria (la cui Lezione Magistrale sugli Indios, prendendo
criticamente in esame i principali pretesti dei Conquistatori
spagnoli per muovere guerra ai nativi del Nuovo Mondo, si
fonda appunto su un diritto internazionale razionalmente definibile
indipendentemente dall’adesione o meno ad una determinata
Rivelazione), Hooker, Grozio e Locke e, soprattutto, di affrontare
la difficile questione di come fondare i rapporti tra Stati
di religione (e di ideologia) differente. • Teologicamente,
anche la salvezza deriva da una scelta arbitraria di Dio (di
modo che è possibile notare ancora una volta l’influenza
occamiana su Lutero, unita naturalmente a quella del pensiero
agostiniano).
“Credo in unum Deum, patrem
omnipotentem” è uno dei testi, una citazione
della confessione di fede (il Credo, appunto), su cui fa leva
l’argomentazione di Occam: se Dio è onnipotente,
la sua volontà non può avere alcun limite, nemmeno
le Idee (i modelli della creazione, secondo la dottrina derivante
da Platone e ripresa dai Padri della Chiesa, i quali, proprio
per non porre limitazioni alla libertà del Creatore,
le ponevano direttamente nella mente di Dio; Tommaso, ad esempio,
dice che le Idee, poiché tutto ciò che è
in Dio è Dio - in Dio non vi è alcuna distinzione,
insomma -, non sono altro che la stessa essenza di Dio in
quanto partecipabile a creature finite). Esse, infatti, vincolerebbero
l’azione divina, perciò vanno soppresse: rimane
che la prima regola direttiva dell’operare di Dio è
a Sua stessa volontà, che non può sbagliare
(Lectura libri sententiarum).
Cosmologia
Un mondo creato privo di ogni modello
è un mondo costituito solo da individui, senza leggi
naturali, né specie, né generi, né universali
di alcun tipo. Esistono solo, dunque, enti singolari. Il modo
in cui, a questo punto, da un’angolatura volontarista,
Occam applica un principio canonico nella filosofia scolastica
(e che riscuote molto credito anche durante la Rivoluzione
Scientifica), non può che essere, conseguentemente,
radicale. “Frustra fit per plura quod potest fieri per
pauciora” (nella sua versione più diffusa suonava
così: “la natura non fa con più cose quel
che può fare con meno”), ovvero: “Entia
non sunt multiplicanda praeter necessitatem” o “sine
necessitate” (“Non si devono moltiplicare gli
enti oltre il necessario,” o “senza necessità”).
È il famoso “rasoio di Occam”, la cui novità
non consiste nell’idea di semplificare al massimo l’impianto
concettuale, bensì nel farlo a partire da una posizione
volontarista, in cui tutto ciò che concerne l’universale
appare come superfluo: se Dio non ha creato in base a generi
e specie, specie e generi non si troveranno neanche in natura,
poiché esistono solo individui. Perciò, qualunque
concetto possa far riferimento a principi di ordine metafisico
va “raso” via. La semplificazione procede anche
sul piano fisico, con la contestazione, ad esempio, dell’etere.
In generale, la scuola occamista ha
un forte influsso sugli studi naturali: sia perché
la conoscenza empirica è l’unico modo di conoscere
il mondo (un’importante contributo di Occam e della
sua scuola alla fisica dei secoli successi è la teoria
dell’impetus, originariamente elaborata da Giovanni
Filopono ma poi rilanciata dallo stesso Occam e soprattutto
dal discepolo Giovanni Buridano, teoria che costituisce il
punto di partenza dell’elaborazione galileiana del principio
di inerzia), sia perché il volontarismo consente una
grande elasticità nell’elaborazione dei modelli
interpretativi della realtà, in base al ragionamento
che Dio può certo aver creato le cose in un certo modo
(ad esempio, aver creato un universo geocentrico), ma potrebbe
anche aver creato in modo diverso (ad esempio un universo
eliocentrico).
Logica
Sul piano logico, poi, l’ovvia
conseguenza delle premesse volontarista è l’assunzione
di una posizione “nominalista” nella disputa sugli
universali.
“Universale” è
chiamato ciò che ha la capacità di riferirsi
a molte cose: dunque, sono universali le idee, i concetti,
le specie, i generi, “et cetera”. Secondo i Platonici,
gli universali sono delle “res” (cose reali) e
consistono nelle Idee. Questa posizione, sostenuta ad esempio
da Scoto Eriugena e da Anselmo d’Aosta, è detta
“realismo estremo”. Boezio e Tommaso d’Aquino,
invece, si orientano verso un “realismo moderato”:
l’universale è sì presente in Dio (come
Idea: vedi sopra), ma è anche nei singoli enti (come
loro essenza), e nella mente umana (come concetto). Il partito
opposto ritiene che gli universali siano puri nomi (“nominalismo
estremo”, rappresentato da Roscellino) o al massimo
concetti (“nominalismo moderato”, o “concettualismo”);
il maggior esponente del concettualismo è certamente
Abelardo.
Occam, dunque, è assegnabile al partito nominalista,
dato che afferma che l’universale esiste solo nell’anima,
esiste solo per convenzione (Expositio aurea). Ad esempio,
un concetto come quello di moto non indica nulla, se non i
concreti enti mobili (Expositio super physicam). Secondo alcuni,
sarebbe un concettualista, ma altri preferiscono definirlo
“terminista”, dato che il vero universale sarebbe
il termine, il segno. I termini (mentali, orali o scritti)
sono rappresentazioni (o “intentiones”) delle
cose. Vale la pena sottolineare un’altra novità
di Occam: in Tommaso, infatti, il concetto non sta al posto
della cosa, ma è la cosa stessa nel suo aspetto immateriale:
infatti, se noi conoscessimo solo rappresentazioni di cose,
avremmo sempre il problema (come poi capita nell’idealismo
gnoseologico, o fenomenismo, o psicologismo) di determinare
quale rapporto intercorra tra la rappresentazione e la cosa.
Quanto detto, comunque, rende anche percepibile una vicinanza
tra l’impostazione data da Occam al tema della conoscenza
ed il moderno idealismo gnoseologico (si pensi, per restare
in Gran Bretagna, ad esempio a Locke). Se il termine sta al
posto della cosa, occorre studiare il modo di questo rapporto:
si tratta della cosiddetta teoria della “suppositio”,
cioè della “rappresentazione”. In breve,
si può parlare di una “suppositio” materiale
quando il termine indica se stesso (“uomo è un
nome”); quanto alla suppositio formale, Occam preferisce
dividerla direttamente in due: personale, se il termine si
riferisce ad un ente concreto (“l’uomo è
un animale” – “uomo” qui indica i
singoli esseri umani); semplice, se si riferisce ad un concetto
(“uomo è una specie”) (Summa logicae).
Esistenza di Dio.
Occam non accetta le cinque vie proposte
da Tommaso per giungere ad ammettere l’esistenza di
Dio, e propone piuttosto un argomento basato sul concetto
di causa conservante: la vera causa di un ente è ciò
che lo mantiene costantemente nell’essere; ora, ciò
che mantiene nell’essere il mondo o è prodotto
da altro oppure no; se no, è Dio; se è prodotto
da altro, mi chiedo se quest’altro sia prodotto da un
terzo ente, e così via. In questa ricerca di cause
conservanti non posso procedere all’infinito, perché
è assurdo ammettere un infinito in atto, e devo quindi
ammettere l’esistenza di una causa conservante prima,
la quale è Dio (Lectura libri Sententiarum).
L’argomento ricorda le prime due
delle vie di Tommaso, in particolare la seconda, ma è
visto più come probabile che come dimostrativo, anche
perché viene negata la dottrina tomista dell’analogia,
togliendo così ogni possibilità di costruire
una teologia razionale. È aperta, invece, la strada
al fideismo, poiché Occam non nega alla religione quell’assenso
che rifiuta alla capacità intellettiva degli esseri
umani. La Scolastica, uno dei cui pilastri è l’indagine
razionale della fede (senza la pretesa di dimostrarla, naturalmente),
con Occam volge davvero al tramonto: si profila ormai l’età
moderna.
Bibliografia
• Non molto di Occam è stato pubblicato in italiano.
Si possono segnalare, almeno:
-Guglielmo di Ockham, La spada e lo scettro. Due scritti politici,
Rizzoli, 1997.
-Guglielmo di Ockham, Il filosofo e la politica. Otto questioni
circa il potere del Papa, Bompiani, 2002.
• In latino, invece, risulta fondamentale il lavoro
dell’Istituto Francescano dell’università
San Bonaventura di Nuova York (“Franciscan Institute”),
che ha pubblicato Guillelmi de Ockham opera teologica negli
anni 1967/86 e Guillelmi de Ockham opera philosophica negli
anni 1974/88. Ugualmente importante è Guillelmi de
Ockham opera politica, ed. J. F. Sikes/R. F. Bennet/H. S.
Offler, Manchester 1956/74.
• J. Biard, Guglielmo di Ockham e la teologia, Jaca
Book, 1999.
• A. Ghisalberti, Introduzione a Ockham, Laterza, 2000.
• A. Pellegrini, Guglielmo di Occam fra logica e assoluto,
Laterza, 2002.
• A. Pellegrini, Guglielmo di Occam. Fra tempo ed eterno,
Laterza, 2002.
• M. Hoenen, A Oxford: dibattiti teologici nel tardo
medioevo, Jaca Book, 2003.
L"empirismo di Guglielmo di
Ockham
(Franco Alessio)
http://www.arifs.it/occam.htm
Guglielmo d"Ockham nacque ad Ockham,
vicino a Londra, tra il 1280 e il 1290; entrò nell"ordine
francescano, che faticosamente accettò la sua filosofia,
ed insegnò ad Oxford, dove aveva studiato e dove fu
accusato di dare troppo spazio alla logica.
Egli dava effettivamente - ci dice Franco Alessio - grande
importanza alla logica, che considerava una scienza strumentale,
di cui tutte le altre scienze si servono; benchè essa
non si riferisca ad alcuna materia, secondo Ockham è
una scienza pratica, poichè contiene regole di comportamento
linguistico, regole puramente tecniche.
Ciò a cui la logica si riferisce è un universo
formale: quello del discorsi in quanto discorsi (è
detta infatti scienza di voces); ha quindi una funzione metalinguistica.
Essendo una scienza pratica, è possibile - secondo
Alessio - paragonare i suoi strumenti a quelli dell"artigiano:
occorre esercitarsi il più possibile per diventare
abili nel loro uso.
Considerando la logica solo come scienza
di voces, Ockham conclude che la metafisica non è altro
che un"assurda proiezione della logica sull"universo
delle cose: essa trasferisce infatti sulle cose la necessità
formale, trasformandola in necessità reale. Ma la logica
non è metafisica, di conseguenza nemmeno la metafisica
è logica, ed è quindi assurdo che siI serva
dei suoi strumenti.
Il mondo reale per Ochkam è l"unico
mondo che ci è offerto da Dio, il quale ne è
l"unico Signore; le scienze hanno il solo compito di
descrivere questo mondo, nel quale non vi sono leggi di carattere
universale, se non il volere di Dio.
Parlando di Ockham, non si può
non fare riferimento al famoso principio di economia (o di
parsimonia), secondo cui "entia non sunt multiplicanda
prater necessitatem"(gli enti non vanno moltiplicati
oltre il necessario): in ossequio a questo principio, nella
descrizione del mondo non bisogna andare oltre ciò
che si percepisce con l"anima, la quale si serve dei
sensi per conoscere.
Già Aristotele, e poi Tolomeo,
avevano sostenuto la validità di questo principio,
secondo il quale ogni scienziato, per conferire eleganza a
una dimostrazione, deve seguire la via più breve, senza
mai dire più del necessario.
Ockham ha solo accolto questa regola,
applicandola in modo assolutamente rigoroso; tuttavia alcuni
lo hanno ritenuto l"inventore della regola del rasoio,
secondo cui bisogna "tagliare" tutto ciò
che è superfluo. In realtà l"espressione
"rasoio di Ockham" è stata coniata nel 1600
e - secondo Franco Alessio - non è del tutto adeguata
ad Ockham e al suo tempo; gli sarebbe stato più congegnale
il termine "falce", quella falce che taglia tutto
ciò che è superfluo e, in quanto superfluo,
dannoso.
La regola del rasoio funge da sentinella
tra il mondo del linguaggio, foggiato dall"uomo, e il
mondo reale, creato da Dio, impedendo il passaggio di concetti
mentali e linguistici dal mondo linguistico a quello reale,
e garantendone la distinzione; per Ockham non si può
infatti sottrarre il mondo reale al dominio di Dio, sottoponendolo
alle regole del linguaggio. Per questa ragione si può
affermare che Ockham invochi il principio del rasoio per difendere
il volere di Dio.
Secondo questa stessa regola, non bisogna
nella conoscenza pretendere di andare oltre ciò che
l"anima percepisce. L"anima è come un occhio
che scruta, e l"uomo, per comunicare ciò che con
essa ha percepito, si serve delle parole, che quindi sono
specchio non del mondo, ma del pensiero, non delle cose, ma
dell"anima, che di per sè non parla alcuna lingua
storica.
Le scienze non sono altro che il resoconto
di tutto ciò che l"anima, creatura di Dio, raccoglie;
non sono quindi esplicative, ma solo descrittive.
La scienza, come scientia experirnentalis,
è intuizione e descrizione, e non può essere
deduzione, poichè quest"ultima riguarda solo il
rapporto fra le parole, ed è sempre tautologia (cioè
nel predicato viene ripetuto ciò che è già
stato detto nel soggetto).
Da tutto ciò si capisce che la conoscenza, secondo
Ockham, può avvenire solo tramite l"osservazione
e l"esperienza.
Francesca Scutra Classe III C spp
Istituto Veronica Gambara |